Autorevole analisi del recente viaggio di papa Leone in Africa

Abbiamo chiesto una riflessione sul viaggio del Papa in Africa a don Sergio Massironi, prete ambrosiano che ha lavorato al Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale e ora lavora alla Segreteria di Stato del Vaticano, lo ringraziamo per la sua consueta disponibilità.


Si è da poco concluso un vero e proprio pellegrinaggio di papa Leone XIV in Africa. Un lungo viaggio, nel cuore del tempo pasquale: undici giorni intensissimi, in quattro Paesi complessi – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – più di trenta fra discorsi e omelie, ma soprattutto il contatto fisico con migliaia e migliaia di persone, soprattutto di giovani, dalla gioia travolgente. Scene che attualizzano i viaggi missionari raccontati negli Atti degli Apostoli, che la Chiesa rilegge proprio in queste settimane. Ci sarebbe da essere sfiniti, ma il Papa sembra in ottima forma. Un amico mi scriveva prima del rientro di Leone in Vaticano: «A volte in questi giorni ho l’impressione che, se il Papa potesse, se ne resterebbe in Africa senza tornare a Roma». E in effetti, sono stati giorni che ce lo hanno fatto conoscere meglio, perché hanno fatto trasparire il missionario agostiniano che si rigenera tra le persone semplici e nei luoghi più difficili, quelli che il mondo non vuole vedere, ma esistono e - come insegnava papa Francesco, tante volte citato da Leone in questo viaggio - raccontano la vita come dai centri di potere e dai luoghi di prestigio non è possibile fare.

Gli attacchi del presidente americano, la notte prima della partenza del Papa per l’Algeria, hanno paradossalmente portato attenzione sul viaggio. Sebbene Leone se ne sia giustamente smarcato, precisando di essere in Africa per gli Africani e non per rispondere a delle polemiche, si può dire che i riflettori del mondo intero si sono accesi sul suo stile e sul suo messaggio. Qualcuno ha scritto che “sotto pressione” il Papa si è rivelato. In effetti, la mitezza e l’intelligenza non fanno rumore, sono sottovalutate e qualche volta irrise come debolezza, ma si mostrano rivoluzionarie specialmente quando sembra imporsi solo chi grida e distrugge. Forse, però, siamo finalmente stanchi dei bulli e stiamo per ricominciare a stimare serietà e pacatezza. A ben vedere, comunque, oltre allo stile ci sono stati i contenuti. E quelli di Leone XIV non solo proseguono, ma radicalizzano il magistero di Papa Francesco, mostrando che la profezia non è stata un incidente di percorso, ma rimane il compito della Chiesa: non solo nella denuncia coraggiosa dell’ingiustizia, ma più ancora nella proposta di una visione alternativa a quella prevalente. Nello specifico, la visione di una concreta possibilità di vivere insieme su questo Pianeta senza distruggerlo e senza distruggerci.

Potremmo chiederci: quali sono stati i momenti che rimarranno nella storia? Difficile dirlo, ma proviamo a intuirlo. Agostino anzitutto: il Papa ha tanto desiderato questo viaggio a partire dall’invito a visitare l’Algeria come figlio spirituale di Sant’Agostino. Nella figura del grande maestro, convertitosi a Milano, Leone sta riconsegnando alla Chiesa la vitalità della sua storia. Sta cioè mostrando che il grande passato non è chiuso nei musei, ma ispira ulteriori possibilità, sfida il presente di comunità stanche, allarga l’immaginazione del futuro. Ovunque, Leone XIV ha parlato di pace, ma senza retorica, in modo estremamente concreto e legato ai contesti, arrivando a dire: «Sono venuto ad annunciare la pace ma siete voi ad annunciarla a me». Lo ha detto a Bamenda, in una regione camerunense lacerata da conflitti, in cui le religioni anziché contrapporsi si sono unite in un movimento per la pace che sta favorendo la riconciliazione e curando le ferite. «Bamenda tu sei la città sul monte», ha detto: un modello per il mondo. «La pace esiste già, va solo accolta. Come nessuno sceglie i suoi fratelli e sorelle, ma li deve accogliere». Così la denuncia di corruzione e neocolonialismo, mai tanto forte, si è accompagnata a un messaggio di grande speranza. Dall’Africa, ma per tutti.


Don Sergio Massironi