Per prepararci all’incontro di venerdì 6 marzo con don Tullio Proserpio, cappellano all’istituto dei Tumori di Milano
Di fronte a una malattia, un lutto importante, una fatica che sembra insuperabile, un amore o un matrimonio che finiscono, la sensazione è spesso quella di una pena ingiusta, immeritata. Soprattutto, per chi ha sempre pensato di avere Fede, il dolore fisico o morale appare come la rottura di un patto di alleanza con Dio: io credo in te, nei tuoi comandamenti, nelle regole che mi sono state trasmesse, adempio agli obblighi previsti però in cambio mi assicuri lunga e felice vita, attorniato dall’amore di una famiglia numerosa, dove vige armonia e serenità.
Non che ci si debba stupire di queste reazioni, che appartengono da sempre agli uomini. Sarebbe infatti sufficiente aprire il Libro di Giobbe, nella Bibbia, per scoprire che gli amici che si recano a consolare Giobbe esprimono sostanzialmente lo stesso concetto: se stai male, se hai perso tutto, significa che Dio ti ha punito per qualcosa che hai fatto e che tu non sei innocente come ti ostini a dichiarare.
Ecco, occorre ammettere che Dio come assicurazione sulla vita è un pessimo affare: l’esperienza dimostra che non è così, che non esiste una relazione diretta tra comportamento ineccepibile e accadimenti nefasti. Peggio: considerare Dio e la Fede come un’assicurazione è una bestemmia, forse la peggiore che possiamo immaginare perché dice di un Dio rancoroso e punitivo, pronto a colpirci per ogni mancanza, negando così il volto di Dio amorevole e misericordioso che i profeti e i Cristo si ostinano a presentarci.
La malattia appartiene alla natura umana, ci ammaliamo perché siamo mortali e, come ricorda un passo del Vangelo, nessuno di noi, in tutta la sua potenza, può allungare anche di un solo giorno, la propria esistenza terrena.
Tra gli uomini, fatti di carne e di emozioni, i sentimenti qualche volta si spengono, le relazioni affettive si concludono, le persone cambiano (non necessariamente in meglio…) e i matrimoni possono anche chiudersi nel modo peggiore. Dio stesso, scegliendo di farsi uomo, accetta questa condizione tipica dell’esistenza nella carne e sopporta delusioni, tradimenti, dolori e non sfugge alla morte fisica.
Dov’è allora Dio in tutto questo?
È nella generazione affettiva, ovvero nel suo desiderio continuo trasmesso dal Padre al Figlio e da entrambi, attraverso lo Spirito, agli uomini, di portare amore nelle relazioni; è nell’intercessione verso gli altri, che non consiste semplicemente nel pregare per qualcuno ma nel farsi carico della storia e della vita di chi incrocia la nostra vita, condividendone gioie e dolori. È nel soccorritore samaritano che si prende cura del ferito sconosciuto, nel padre che riaccoglie il figlio, nell’uomo che non teme di abbandonare novantanove pecore pur di ritrovare la centesima che si è persa.
Soprattutto è nelle parole di vita eterna, che è tale perché non ha un inizio (ci precede nella forma dell’esistenza terrena) e non ha conclusione superando definitivamente la morte.
Dio è dunque nel desiderio di volerci essere sempre e comunque, nella fatica della malattia, nella solitudine dell’età anziana, nel dolore per un lutto, nella delusione per un fallimento affettivo, matrimoniale, genitoriale, lavorativo.
Solo che Dio per esserci ha bisogno del cuore e delle mani degli uomini: è una catena d’amore che dal padre si riversa sul Figlio, nello Spirito, sugli uomini che a loro volta la riversano su altri uomini.
Sta a noi non spezzarla…