La pace come cammino disarmato, fiducia reciproca e responsabilità quotidiana dei credenti

Ha senso, con tutta la violenza e le guerre che ci sono nel mondo, parlare ancora di pace? 
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. 
Il papa indica la pace come “cammino”: non è qualcosa di acquisito per sempre, ma un tendere sempre verso la pace. Anche in momenti di grave crisi internazionale, come quelli che stiamo vivendo.
Perché i cristiani ci tengono tanto alla pace, anche quando subiscono violenza?
I Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.
Davanti alla violenza, l’esperienza umana ci fa dire che si risponde con altra violenza (o addirittura con un livello superiore di violenza: la vendetta!). Eppure, nonostante alcuni discepoli fossero di questo parere (come forse oggi alcuni cristiani), il Signore Gesù nei vangeli è sempre intervenuto a chiarire bene che la lotta di Gesù verso coloro che detenevano il potere è sempre stata disarmata. Così egli vuole che vivano i suoi discepoli. Ancora oggi.

Si può costruire la pace con la guerra?
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. 
È quindi scandaloso, dice il papa, che si neghi la possibilità della pace. È inoltre scandaloso fare la guerra per raggiungere la pace. Forse più che fidarci del Signore anche alcuni cristiani si fidano più delle proprie armi e pensano che per arrivare alla pace occorra la guerra.
Ha fondamento pensare che, aumentando la pericolosità di alcune nazioni, occorra aumentare le spese militari, per prepararsi ad un’eventuale guerra?
Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui.
Il papa ricorda la legittimità della capacità di difendersi da un ingiusto aggressore (legittima difesa), ma va esercitata entro certi criteri, non lasciata andare come una vendetta (come è successo anche in qualche caso recente). La Chiesa, nella sua dottrina sociale, e facendo eco alla Costituzione della Repubblica Italiana, possiamo dire che ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali, ma la ammette come legittima difesa. Occorre, dice il papa, disinnescare la logica contrappositiva. Logica che genera odio, e quando gli arsenali sono pieni di benzina… basta anche una piccola fiammella incontrollabile che succede l’irreparabile.
Il rapporto tra i popoli non può essere basato sulla paura e sul dominio della forza (come oggi sta accadendo, e questo preoccupa il papa), ma sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia: la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.

Cosa occorre fare ora per costruire la pace? 
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore.
Ricordando papa Giovanni XXIII, papa Leone ci invita al disarmo integrale e a costruire fiducia vicendevole: 
«Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito.»
La vera pace può essere costruita solo nella vicendevole FIDUCIA. E qui possiamo pensare che non si parla solo di rapporti tra popoli ma anche di rapporti di comunità e di relazioni all’interno delle comunità. Noi adulti siamo d’esempio ai più giovani nel saperci stimare, pur con le nostre diversità reciproche? Sappiamo perdonarci? Sappiamo andare al di là delle logiche di gruppetti contro altri gruppetti?

Concretamente noi cosa possiamo fare?
Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. 
È blasfemia, parola fortissima usata da papa Leone, benedire i nazionalismi e giustificare la violenza in nome di Dio. I credenti sono chiamati alla preghiera, alla spiritualità e al dialogo ecumenico (con le altre chiese cristiane) e interreligioso (con i fedeli di altre religioni non cristiane).
Inoltre papa Leone ricorda uno dei grandi problemi che viviamo e che genera desiderio di violenza: 
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. 
Papa Leone condanna regimi in cui il potente di turno decida della vita e della morte di interi popoli e possa calpestare le dignità di esseri umani a secondo dei propri interessi. Occorre tenere viva la SPERANZA, parola importante nel Giubileo 2025: occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza.

 

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