Editoriale di don Alberto

Quali segni dei tempi abbiamo vissuto come Comunità? «Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli, che è compito dell'apostolato dei laici promuovere con sollecitudine e trasformare in sincero e autentico affetto fraterno» 
(dal documento del Concilio Vaticano II, Apostolicam Actuositatem,14). 

Fin dallo scorso dicembre ci siamo messi in ascolto come Comunità sul tema dell’accoglienza. È questo sicuramente uno dei segni dei tempi per la Chiesa di questo inizio di terzo millennio: le migrazioni di popoli sono sempre più numerose. Secondo i dati di maggio 2022, sarebbero oltre 100 milioni gli esseri umani in fuga nel mondo «a causa di persecuzioni, guerre e violazioni dei diritti umani». A mettere nero su bianco l’allarme, per un fenomeno in crescita esponenziale nell’ultimo decennio, è il secondo report annuale dell’Acnur (Unhcr), “Global Trends”. 

Una settimana dopo la morte di madre Flavia Ballabio dell’Operazione Mato Grosso, il 10 dicembre 2021 abbiamo iniziato ad interrogarci, con un’assemblea pubblica (con la presenza della segreteria del Consiglio Pastorale della Comunità) sulla possibilità di ACCOGLIENZA come Comunità Pastorale: è stato un avvio incoraggiante. 

È arrivata poi la proposta di ospitare una famiglia afghana perseguitata dal regime talebano. La richiesta è arrivata da parte della giornalista Monika Bulaj, che sta dedicando il suo tempo a far espatriare famiglie afghane che non sono riuscite a fuggire dal regime talebano lo scorso agosto (ricordate la gente appesa agli aeroplani?). 

L’8 febbraio abbiamo fatto un incontro pubblico che ha suscitato interesse: erano presenti don Giovanni Salatino e Veronica educatrice del Consorzio Comunità Brianza. Mi è sembrato di cogliere un clima favorevole a muovere i primi passi per l’accoglienza.
 
Il 24 febbraio è scoppiata la guerra con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Questo ha creato un’emergenza nuova. Avevamo iniziato a costruire una rete di accoglienza che è subito stata messa alla prova per l’emergenza ucraina. 

Un incontro pubblico del 10 marzo ha visto riunire le molte forze del territorio: la Comunità cristiana, le Amministrazioni Comunali, le scuole, le Caritas locali, e molte associazioni: qui è nato il desiderio di essere uniti per affrontare questa emergenza. Molti volontari si sono messi a disposizione per dare il proprio aiuto: buona parte del territorio si è mobilitato per aiutare. Qui ho avuto la percezione che molti hanno aperto il cuore al soffio dello Spirito che ha fatto sentire l’urgenza di vivere “il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di  tutti i popoli”. 

Monika è venuta il 10 aprile scorso ad incontrarci e ci ha parlato della minoranza musulmana Hazara, perseguitata dal regime. Tra aprile e maggio abbiamo organizzato molte raccolte di viveri, indumenti e medicinali. Adesso che l’emergenza ucraina sembra entrata in una seconda fase (non più emergenziale ma di accompagnamento delle situazioni di accoglienza) ha ripreso luce il progetto di accoglienza di una famiglia afghana. Ci sembra importante anche non escludere dalla nostra nuova rete di accoglienza chi oramai non fa più notizia: il popolo afghano. 

Notizia di pochi giorni fa: abbiamo fatto richiesta ufficiale come comunità di ospitare una famiglia afghana: papà, mamma e bambina di 7 anni. Entrambi i genitori giornalisti e “filmmaker”, giornalisti che sanno usare audio e video per comunicare più efficacemente. Li ospiteremo nella casa parrocchiale di piazza Umberto I a Figino (dove già dorme una donna ucraina con il proprio figlio). Per poter dare loro il visto per partire dal Pakistan le autorità italiane richiedono che chi le accolga si faccia carico delle spese di viaggio e di accoglienza. 

Iniziamo dunque un nuovo capitolo dell’accoglienza nella nostra Comunità Pastorale. Capitolo ancora da scrivere, ma che nasce da un comune e condiviso desiderio di fraternità e solidarietà tra i popoli.

Don Alberto

 
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